Glossario tessile

GLOSSARIO TESSILE

  • -BIKINI
  • -BODY (ABBIGLIAMENTO)
  • -BUSTINO
  • -CAMICIA
  • -CHIUSURA A VELCRO
  • -CORSETTO
  • COSTUME DA BAGNO
  • -COTONE MERCERIZZATO
  • -COTONE TESSUTO
  • -ELASTAM
  • -FELPA GARZATA
  • -FELPA NON GARZATA
  • -FLANELLA
  • -GUAINA
  • -INTIMO
  • -JERSEY
  • -LANA
  • -LATTICE NATURALE
  • -MADE IN ITALY
  • -MUTANDA
  • -ORDITO
  • -PIGIAMA 
  • -PIZZO O MERLETTO
  • -POLIAMMIDE
  • -QUALITÀ
  • -RASO
  • -REGGISENO
  • -SLIP
  • -SLIP MASCHILI
  • -SLIP FEMMINILI
  • -SPALLINA
  • -TELAIO
  • -TESSUTO
  • -T-SHIRT
  • -VISCOSA
  • -ZIP O CERNIERA LAMPO

 

BIKINI:

Il bikini è un tipo di costume da bagno femminile in due pezzi che lascia la pancia scoperta. Il nome deriva dall'atollo di Bikini, sede di esperimenti atomici, anche in virtù dello scalpore che creò nella società la sua comparsa. Il pezzo superiore copre il seno ed una parte del busto o della schiena; ha una forma simile ad un reggiseno ed ha generalmente una o due bretelle di sostegno. Il pezzo inferiore è uno slip, forma simile ad una mutanda, che copre il pube e una parte più o meno ampia dei glutei. Storia antica - Costumi a due pezzi venivano indossati già nell'antichità, come risulta dal ritrovamento di urne, affreschi e mosaici di epoca greca e romana (i più antichi risalgono addirittura al 1400 a.C.). Origini moderne: 1941: ragazza al mare che indossa un anticipatore del bikini. Il bikini moderno è stato inventato dal sarto francese Louis Réard a Parigi nel 1946 (introdotto ufficialmente il 5 luglio). Il nome richiama l'atollo di Bikini nelle Isole Marshall, nel quale negli stessi anni gli Stati Uniti conducevano test nucleari: Reard riteneva che l'introduzione del nuovo tipo di costume avrebbe avuto effetti esplosivi e dirompenti. Il modello di Reard rifiniva il lavoro di Jacques Heim che, due mesi prima, aveva introdotto l'Atome (così chiamato a causa delle sue dimensioni ridotte), pubblicizzato come il costume da bagno più piccolo al mondo. Reard rese l' Atome ancora più piccolo, ma non riuscì inizialmente a trovare una modella che osasse indossarlo. Finì quindi per ingaggiare come modella Micheline Bernardini, spogliarellista del Casino de Paris. Bikini nella cultura moderna: Ci vollero quindici anni perché il bikini fosse accettato negli Stati Uniti. Nel 1951 i bikini furono proibiti al concorso per Miss Mondo. Nel 1958, il bikini di Brigitte Bardot nel film “ Dio creò la donna” creò un mercato per il costume negli USA, e nel 1960 la canzone di Brian Hyland "Itsy Bitsy Teenie Weenie Yellow Polka Dot Bikini" diede l'avvio a una corsa all'acquisto del bikini. Infine il bikini divenne popolare, e nel 1963 il film Beach Party, con Annette Funicello (enfaticamente non in bikini, dietro espressa richiesta di Walt Disney) e Frankie Avalon fu il primo di una serie di film che resero il costume un'icona della cultura pop. Coloro che conoscono la storia dell'atollo di Bikini - in particolare coloro che si oppongono alla proliferazione nucleare - potrebbero trovare l'etimologia del nome "bikini" per un indumento inappropriata. La sua lettura come "esplosivo" in effetti riduce la rilevanza di una seria crisi umanitaria, che ancora influenza la politica delle Isole Marshall, a un mero simbolo della cultura popolare. Il termine due pezzi è talvolta considerato più appropriato. Evoluzione del bikini - In epoca recente, il termine monokini è stato utilizzato con riferimento ad abbigliamento da bagno topless femminile; laddove il bikini ha due pezzi, il monokini è costituito dal solo pezzo inferiore. Dove il monokini è comunemente utilizzato, spesso con un motto di spirito si definisce bikini a un abbigliamento composto di due elementi: un monokini e un cappello. Il termine monokini è stato coniato da Rudi Gernreich. Un tankini è un costume da bagno che consta di un top maggiormente coprente di quello di un comune bikini (tank top) e di un pezzo inferiore da bikini. Uno string bikini è una versione alternative, meno coprente, in cui i pezzi inferiore e superiore si riducono a triangoli di tessuto tenuti insieme da lacci. La parte inferiore del bikini si è ulteriormente ridotta negli anni settanta con l'introduzione del tanga brasiliano, la cui parte posteriore è così ridotta da scomparire tra le natiche. In generale, in epoca recente i bikini sono diventati più ridotti. Questo trend cominciò con il pezzo superiore; ridotto quest'ultimo al punto da coprire a malapena il seno, l'attenzione degli stilisti si rivolse al pezzo inferiore.

 

BODY (ABBIGLIAMENTO):

Il body, è un capo di abbigliamento, realizzato in tessuto elasticizzato che copre completamente il busto dell'indossatore restando aderente al corpo. È l'equivalente di t-shirt e mutanda in un unico indumento e può avere tutte le varianti che questi includono (maniche lunghe, corte, sbracciato; slip, tanga, culotte, etc). È simile al baby-doll, ma al contrario di questo il body è aderente e con la chiusura sotto il cavallo (a volte dotata di bottoni per indossarlo e per motivi di praticità igienica). Nato negli anni venti, attualmente il body è considerato principalmente un capo di biancheria intima, o per lo sport. Tuttavia negli anni settanta era di moda indossare il body come abbigliamento per la discoteca, semplicemente al di sotto di una minigonna. Il body può essere utilizzato sia come indumento intimo (comodo soprattutto per la maggiore copertura nei mesi invernali), sia come maglietta, sia come indumento sportivo, contrariamente ad alcune leggende metropolitane, eccetto alcune lezioni di repertorio classico, le lezioni di danza classica richiedono come abbigliamento collant rosa e body. In molte scuole di balletto, il colore ed il modello dei body cambiano in base al livello delle ballerine.

 

BUSTINO:

ll corsetto o busto è il nome con cui vengono indicati sia il busto correttivo applicato per risolvere problemi di natura ortopedica (che insorgono durante l'adolescenza), che un indumento prevalentemente femminile composto da tessuto rinforzato da stecche. Importante non confondere il busto, che copre tutto il torace, con il reggiseno, che serve appunto a sostenere il seno femminile.

 

CAMICIA:

La camicia è un capo d'abbigliamento di stoffa che copre il busto, e di solito ha un colletto, maniche, un taschino (a volte due taschini con o senza bottone) ed è abbottonata sul davanti. A volte viene accompagnata da una cravatta. La camicia, seppur non nel senso in cui noi ora la intendiamo, è molto antica. Una veste leggera, di lino o di bisso da portare rigorosamente sotto la tunica, era nota fino dai tempi della tarda romanità e aveva come caratteristica il fatto di essere molto lunga e soprattutto nascosta. Anche il termine lessicale è antico: già alla fine dell'VIII secolo nel testamento del Patriarca Fortunato ai suoi chierici, si parla di camisas et bragas. Fino al 1500 essa era mostrata solo attraverso i tagli delle maniche della veste. Aveva diversi scopi: quello di essere indossata durante il bagno comune tra un uomo e una donna (è poco noto, ma fino al primo rinascimento i sessi si lavavano e mangiavano assieme in una tinozza di legno); quello di separare il corpo nudo dagli indumenti di tessuto pesante e da formare una barriera contro epidermidi poco pulite; dono e pegno d'amore nel medioevo e, dalla fine del 1600 quando fu ornata di pizzi, quello di essere uno status simbol che divideva l'aristocrazia dalla plebe, la quale a sua volta, spesso la indossava come unico abito. C'era poi la camicia da notte, non sempre portata. In epoche molto più recenti la camicia poteva indicare l'appartenenza a un'idea politica: le camicie rosse dei Garibaldini, le nere dei fascisti e quelle brune dei nazisti. L'importanza della camicia crebbe nell'abbigliamento maschile proprio nel periodo barocco, quando fu inventata la cravatta, all'inizio una semplice striscia di lino bianco che girava attorno al collo e cadeva negligentemente sul torace. I polsi erano mezze maniche di lino che terminavano in cascate di merletti. Fino al 1900 la camicia fu rigorosamente staccata dai polsini e dal colletto. Il collo della camicia vera e propria era corto e verticale (pistagna), quel tanto che bastava per cucirvi sopra i bottoni che fermavano il colletto. L'importanza del colletto derivava dal fatto che era rigido alto e inamidato e, con l'avvento del costume borghese del 1800, doveva essere rigorosamente bianco e racchiuso in una cravatta dal nodo impeccabile. Lo stile era stato dettato da Lord Brummell che riteneva la pulizia personale una distinzione del vero dandie. I polsini, pure quelli inamidati, erano chiusi da gemelli. Per accentuare la rigidezza della camicia, che era piuttosto lunga e poteva formare antipatiche piegoline, si inventarono anche i davanti in celluloide, che davano all'uomo il curioso aspetto di un pinguino. Attorno al 1860 cominciarono a comparire le prime camicie colorate, all'inizio portate solo per gli abiti da giorno, mentre per quelli da sera il bianco restava di rigore. Lo sport, diffusosi dalla seconda metà del secolo, introdusse utili novità: il colletto floscio e attaccato, la camicia sportiva portata anche senza la giacca, in flanella, in jeans. Quest'ultima faceva parte all'inizio di una divisa da lavoro, ma venne poi adottata dai giovani come segno di contestazione. Durante gli anni venti fu molto di moda la cosiddetta camicia button down, col collo fermato da due bottoncini sul davanti, che ormai è diventata un classico della moda. Per evitare che le estremità del collo si arricciassero, soprattutto con la cravatta, si usavano le apposite stecche o tendicollo.

 

CHIUSURA A VELCRO:

La parola "Velcro" è un nome commerciale ed è un acronimo che deve la sua origine alle iniziali di VELours (velluto) e CROchet (gancio). Il velcro, prodotto in nylon, è costituito da due parti differenti: una striscia di tessuto peloso, chiamata asola (loop) simile ad un velluto non tagliato o ad una spugna, con un fondo rigido da cui spuntano gli anelli del pelo. una striscia di tessuto con uncini, chiamata uncino (hook) dal fondo rigido spuntano dei piccoli uncini flessibili in materiale duro. Le due strisce vengono cucite o incollate sui due lati da chiudere e quando vengono messe a contatto la parte con uncini si aggancia saldamente alla parte pelosa; per riaprire bisogna applicare una certa forza per staccarle una dall'altra. Quando la parte a uncini si sporca, raccogliendo pelucchi e fibre, il velcro perde aderenza e bisogna rimuovere i pelucchi perché torni alle capacità adesive iniziali. Le caratteristiche del velcro, fanno si che possa aprirsi facilmente ma, al tempo stesso, rimanere ben chiuso quando è necessario. Un quadrato di 12 cm di lato può resistere a 1 tonnellata di peso.

 

CORSETTO:

Il corsetto o busto è il nome con cui vengono indicati sia il busto correttivo applicato per risolvere problemi di natura ortopedica (che insorgono durante l'adolescenza), che un indumento prevalentemente femminile composto da tessuto rinforzata da stecche. Importante non confondere il busto, che copre tutto il torace, col reggiseno, che serve appunto a sostenere il seno femminile. Storia del busto: I primi busti che conosciamo comparvero soprattutto nel XVI secolo ed erano corsetti in metallo con una lunga punta sul davanti, chiusi sulla schiena con una molla o una chiave. Uno di questi aggeggi è conservato a Parigi al Musée de Cluny. L'introduzione del busto fu contemporanea alla moda spagnola, arrivata in Italia dopo le conquiste di Carlo V, che cambiarono radicalmente il più libero costume rinascimentale, creando una figura femminile rigida e ieratica. Al busto era solitamente associata una sottogonna, detta verdugale o guardinfante che dava alla sottana una forma conica o cilindrica. I busti in ferro sparirono molto presto, a causa della loro dolorosa scomodità, e furono sostituiti da stecche di balena o di vimini, infilate direttamente in un bustino di tessuto, oppure nel busto stesso della veste. Durante il Settecento il busto fu un indumento molto scollato e attillatissimo in vita, associato, fino al 1770 circa dal panier, una sorta di cesto ovale molto largo e stretto che costringeva le donne a passare trasversalmente dalle porte, camminando come gamberi. Dopo l'illuminismo, che affermava la necessità di un corpo più libero, agile e naturale, e con la rivoluzione francese, il busto conobbe circa un trentennio di eclisse. Ma già attorno al 1830 ricomparve per durare tutto il secolo e parte del Novecento. Si riteneva che il busto fosse necessario per sorreggere la colonna vertebrale della donna, per sua natura più fragile dell'uomo. La tortura cominciava in tenera età. "Il busto" scriveva Thorstein Veblen, che fu il massimo ritrattista della classe agiata "è sostanzialmente uno strumento di mutilazione al fine di ridurre la vitalità del soggetto e di renderla evidentemente inadatta al lavoro. Certo esso menoma le attrattive personali di chi le porta, ma la perdita subita in questo senso è compensata dall'evidente accrescimento del suo valore di mercato". Durante tutto il 1800 massima ambizione della donna fu avere il vitino di vespa, ossia una circonferenza che non superava i 40 centimetri, in contrasto con la larghezza della gonna. La difficoltà di indossare simili corsetti fu superata con l'invenzione dell'allacciatura "alla pigra", che comportava una serie di lacci variamente incrociati che non necessitavano dell'aiuto di alcuno. L'uso del busto poteva comportare anche tragedie, come quella riferita da un giornale parigino nel 1850 i cui si dichiarava che una giovane donna, morta durante un ballo, aveva indossato un corsetto talmente stretto che le costole avevano perforato il fegato". Alla fine del 1800 il busto si allungò oltre la vita stringendo anche una parte dei fianchi. La sua conformazione anatomica dava alla figura di profilo una linea ad Esse che spingeva il petto molto in alto e inarcava le reni indietro. Così il periodo che in Italia conosciamo come Liberty consegnava la donna al nuovo secolo il 1900, che si apriva con grande euforia, ma con molte contraddizioni. Questo micidiale accessorio costringeva tutti gli organi interni, serrandoli e deformando il fisico, causando anche disturbi digestivi e svenimenti. Le dame eleganti dovevano avere un busto adatto ad ogni capo del guardaroba, con trine, nastri e tessuti pregiati. Se si pensa che la moda ottocentesca pretendeva dalla donna un vestito per ogni occasione (da casa, da giardino, da visita, da carrozza, da passeggiata, da viaggio ecc.) si può immaginare la dovizia di busti che doveva comprendere un guardaroba elegante. Nemmeno lo sport, che cominciava ad essere praticato da uomini e donne alla fine del secolo, risparmiava il corpo dal busto. anche se con fianchi elastici e corsetti privi di stecche. I medici avevano idee poco chiare sulla funzione del busto. C'era chi lo deplorava apertamente e chi tentava di brevettare busti medicamentosi. Intorno al 1880 un certo dott. Scott lanciò sul mercato un busto elettrico, infrangibile, garantendo che avrebbe curato la paralisi, i reumatismi, i disturbi della colonna vertebrale, la dispepsia, i guai della circolazione, la debolezza nervosa, ecc.[3]. La pubblicità suggeriva corsetti antiruggine per i primi bagni. Attorno al 1910, un grande innovatore della moda, Paul Poiret decise di rivoluzionare il campo sartoriale abolendo decisamente il busto ed inventando una linea stile impero, con la vita alta e la gonna stretta e lunga. Dopo molte polemiche le donne si adattarono a questo modo di vestire semplice e pratico, e il busto smise di torturare il corpo femminile. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, Christian Dior lanciò il suo New look che si ispirava ad una femminilità sofisticata ed elegante, con la gonna larghissima, le spalle tonde e la vita sottile. Per costruire i suoi abiti Dior usava imbottiture e telette rigide, ma stringeva la vita con la guêpière parola che deriva dal francese guêpe, vespa. Non si trattava del ritorno al busto delle bisnonne, ma l'accessorio non era certo comodo, soprattutto per la donna che ormai si era lanciata sul mercato del lavoro. Infatti il new look ebbe vita breve, anche per la morte del suo creatore. Negli anni Cinquanta, irruppero in Europa le disinvolte mode americane che si ispiravano agli abiti sportivi dei giovani studenti. Balli come il rock'n roll non potevano essere adeguati a una vita costretta dal busto, che infatti scomparì definitivamente. Busto ed erotismo: La vita sottile è sempre stata importante nella storia dell'attrazione erotica, in parte perché è una caratteristica tipicamente adolescenziale, e quindi è collegata con la verginità. Tuttavia la vita sottile dà anche idea di fragilità e di sottomissione. Fin dall'epoca greca si riteneva infatti che la colonna vertebrale non potesse reggersi se non con un'accurata fasciatura, e sappiamo che fino al secolo scorso nelle nostre campagne i neonati erano avvolti in bende strette, per raddrizzare la schiena e le gambe. Il bustino in pelle o tessuto rossi e neri, fa ancora parte del guardaroba sadomaso. Tuttavia alcuni creatori di moda ispirati dal movimento punk, hanno trasformato i busti in abiti. Dolce&Gabbana fecero entusiasmare la cantante Madonna col loro look trasandato e dotato di una forte carica di erotismo. In particolare i due sarti lanciarono la biancheria che si poteva portare a vista, con corsetti ricamati, reggiseni a punta, corredati da stivali neri coi lacci. Era un modo per infrangere tabù e cliché che ebbe un enorme successo, sì che la cantante (anche grazie al suo temperamento) arrivò alla sua seconda tournée nel 1984 con una fama molto consolidata. Il busto maschile: Gli uomini conoscevano il busto fin dall'epoca di Creta. Per quel che possiamo capire (non conoscendo la scrittura cretese) si trattava di gonnellini dalla vita alta e molto stretta. In generale il busto era un accessorio esclusivamente femminile. Tuttavia durante il 1800 fu indossato anche dagli uomini europei. I primi che cominciarono furono i militari, che indossavano un bustino sotto l'uniforme che li aiutava durante le faticose marce. Attorno al 1820, accompagnando la moda femminile della linea a clessidra, anche l'uomo costrinse la vita sotto alla camicia. Il busto maschile aveva un fascino naturalmente associato alla giovinezza e non richiamava certo alla mente l'immagine di panciuti generali che conducono una guerra bene al sicuro a qualche centinaio di chilometri dal fronte" Non si trattava certamente dello strumento di tortura femminile, ma di un bustino indossato per lo più dai dandies per avere una figura elegante e sottile. Tuttavia, ancora nel 1903, sullo Springfield Repubblican leggiamo: "La mania dei busti è cominciata coi militari, i quali nei loro circoli discutono sui rispettivi busti con la stessa gravità con cui al National Library Club si discute una nuova legge sull'istruzione".

 

COSTUME DA BAGNO:

Con il termine costume da bagno si indica un particolare capo d'abbigliamento, solitamente indossato per nuotare. In commercio ne esistono numerosi esemplari, che differiscono anche in base al sesso della persona che li indossa. Tipi e stili: -Per gli uomini i costumi da bagno si suddividono tra gli slip, i parigamba e i boxer, simili al capo d'abbigliamento intimo. -Per le donne esistono numerose varianti, ad uno (il cosiddetto costume intero) o due pezzi, tra cui il celebre bikini, ma vi sono anche quelli detti topless. Un particolare costume da bagno intero è stato disegnato per le donne mussulmane e prende il nome di Burqini. Speciali esemplari sono stati progettati per gli atleti, al fine di migliorare il più possibile le loro prestazioni Nelle tradizioni culturali delle varie civiltà, laddove il bagno non era consentito in completa nudità, il costume da bagno di solito era l'equivalente di un vestito indossato normalmente nella vita di tutti i giorni. Per esempio gli uomini giapponesi indossavano per fare il bagno il tradizionale fundoshi. Addirittura, nel diciottesimo secolo le donne indossavano delle particolari "gonne da bagno", fatte di un materiale che non diventava trasparente, ed appesantito sui bordi affinché non si alzasse in acqua. In Europa primi costumi da bagno che permettevano di mostrarsi in pubblico al mare fecero la loro comparsa verso la metà del diciannovesimo secolo. Il costume femminile era costituito da due pezzi: un vestito che copriva dalle spalle alle ginocchia ed un pantalone che scendeva fino alle caviglie. Tuttavia tale abito balneare era indossato ancora sul busto, che resistette nell'uso comune fino al primo decennio del Novecento, con accessori indispensabili come le scarpette e un cappello a visiera. Si riteneva che per una signora l'abbronzatura fosse volgare e che la pelle dovesse rimanere candida. Nell'Inghilterra vittoriana invece gli stabilimenti balneari erano attrezzati in modo che le persone di sesso opposto non avessero contatti. Tuttavia la donna venne arrestata perché il suo costume lasciava scoperte braccia, gambe e collo. Nelle esibizioni successive la Kellerman dovette utilizzare un costume più coprente. In seguito a questo evento i costumi andarono progressivamente rimpicciolendosi, dapprima scoprendo le braccia, in seguito le gambe furono denudate fino alle cosce, cosi come il collo ed il décolleté. I primi bikini furono introdotti subito dopo la seconda guerra mondiale, benché i primi modelli non differivano molto da quelli già visti negli anni venti. Dagli anni cinquanta la dimensione dei bikini si ridusse progressivamente, fino agli anni sessanta quando cominciò a diffondersi il topless. Lo stilista Rudi Gernreich disegnò il monokini, un tipo di costume che lasciava completamente scoperto il seno. Non fu un successo commerciale ma aprì la strada ad altre innovazioni. Gli anni ottanta videro la nascita del tanga, diffuso inizialmente in Brasile, che si diceva fosse ispirato agli indumenti tradizionali degli abitanti dell'Amazzonia. I costumi da bagno maschili si diffusero parallelamente a quelli femminili, aumentando pian piano la parte di pelle scoperta, ed arrivando alla fine allo slip. Tuttavia i costumi maggiormente diffusi sono quelli nati nei tardi anni ottanta come i boxer, che seguirono la tendenza inversa, tendendo a coprire maggiormente il corpo.

 

COTONE MERCERIZZATO:

Il cotone mercerizzato è un filato di cotone (per legge ottenuto esclusivamente dalla filatura e torcitura della bambagia che avvolge i semi delle piante del genere Gossypium) che subisce un trattamento con bagno di soda caustica, la quale è in soluzione concentrata a 30° Bé (Baumé). Il procedimento era stato brevettato nel 1851 dal chimico inglese John Mercer e perfezionava, applicandola al cotone, la tradizionale fase di sbianca e nobilitazione delle matasse di filato di lino, tradizionalmente effettuata tramite bollitura, ma in cui tradizionalmente si aggiungevano sostanze "mordenti". La mercerizzazione effettuata a bassa temperatura (10 °C) con la soda trasforma il filato che modifica la sua sezione e permette di ottenere capi finiti di mano migliore, con maggior lucentezza, migliore igroscopicità, e affinità tintoriale. Per cotone vergine si intende il filato lavorato per la prima volta, mentre per cotone rigenerato si intende quello ottenuto dalla rilavorazione di tessuti già utilizzati.

 

COTONE TESSUTO:

Una fase della lavorazione del cotone in una moderna cotton gin. Il tessuto di cotone si ricava tessendo filati di cotone ricavati dalla peluria che ricopre i semi di una pianta della specie Gossypium. Con il termine tessuto di cotone generalmente si intende indicare non solo tessuti fatti a telaio ma anche magline e jersey. Proprietà: la fibra di cotone ha comportamento anelastico. La resistenza meccanica è influenzata dalla presenza dell'acqua: le fibre umide sono più tenaci di quelle secche e all'aria presenta buona stabilità. A contatto con la fiamma brucia molto facilmente lasciando della cenere bianca.

 

ELASTAM:

L'elastam (o elastan) è una fibra sintetica di poliuretano molto utilizzata per elasticizzare i tessuti. In Nord America e Australia è nota con il nome di spandex. Dai consumatori è più conosciuta attraverso i marchi commerciali: Lycra (Invista), Elaspan (Invista), Dorlastan (Asahi), Roica (Asahi), Linel (Fillattice), RadiciSpandex (Radici Group), Creora (Hyosung). L'uso del termine Lycra (pronuncia laicra e non licra) per indicare genericamente la fibra poliuretanica è scorretto e scoraggiato[1] dallo stesso depositario del marchio. Tale azione ha registrato un ottimo successo, ma a doppio taglio, oggi che non è più il prodotto leader del mercato ne è scomparso il termine, a favore di un più generico stretch o elasticizzato. L'eccessiva regolamentazione del marchio ha infine relegato l'uso di questo marchio a pochissimi prodotti.[senza fonte] Oggi il termine rammenta un po' gli anni ottanta, i panta-fuseaux, i jeans attillatissimi, le giacche strette, i primi collant, mentre la moda degli anni 2000 è decisamente più comoda e meno elasticizzata

 

FELPA GARZATA:

Tipo di stoffa con un lato peloso, sovente una maglina, con grammatura superiore ai 180 gr.mq.

 

FELPA NON GARZATA:

Tipo di stoffa , sovente una maglina, con grammatura superiore ai 180 gr.mq. Nella parte interna il tessuto si presenta "liscio" anche se è presente nell'armatura il boccolo utile per la garzatura, la procedura che rende il lato interno peloso nel caso di felpa garzata.

 

FLANELLA:

La flanella è un tessuto leggero, morbido, caldo, con armatura a saia. Realizzato in lana o cotone, con filato cardato, ha superficie uniforme, leggermente pelosa. Subisce come trattamenti di finissaggio: follatura, garzatura e pettinatura. Particolarmente caldo, anche se leggero, perché le peluria, sollevata dalla garzatura, trattiene dell'aria che agisce da isolante termico. Le sue caratteristiche sono la resistenza (per i materiali usati) unita alla morbidezza, per l'armatura a saia e il finissaggio. Ha conosciuto momenti di maggior diffusione nel passato, quando era usata per bende e pannolini, oggi le nuove stoffe (soprattutto le magline) e le fibre sintetiche l'hanno sostituita in molti campi (biancheria da letto, pigiami). Adatta alla confezione di abbigliamento maschile, soprattutto per camicie, giacche e pantaloni, può essere in tinta unita o scozzese

 

GUAINA:

La guaìna è l'indumento di biancheria intima contenitiva che ha quasi del tutto sostituito il corsetto (o busto) nell'uso quotidiano delle donne a partire dai primi decenni del secolo scorso. Costruita con tessuto (oggi elasticizzato), spesso rinforzata da stecche di materiale metallico, plastico o osseo, generalmente chiusa da gancetti, chiusure lampo o stringhe, è destinata a modellare e contenere la figura e le forme della donna che l'indossa, in particolare sull'addome, sui fianchi e sul sedere attraverso la compressione delle curve in eccesso, rendendola maggiormente snella e attraente. Inoltre, la guaina svolge anche una funzione migliorativa sulla postura della donna, contribuendo a renderla maggiormente elegante; infatti, in particolare le guaine maggiormente contenitive impediscono di fatto l'assunzione di alcune posizioni poco "aggraziate", costringendo la donna che le indossa ad una postura sempre piuttosto eretta e diminuendo l'autonomia di movimento durante la deambulazione, determinando così un'andatura molto controllata e femminile. Costruzione dell'indumento: L'effetto modellante realizzato dalla guaina è il risultato dell'utilizzo di materiali appositi e di particolari accorgimenti nella progettazione e realizzazione. I materiali utilizzati comprendono tessuti molto resistenti, che possono essere elasticizzati (tessuto gommato o, più recentemente Lycra) nei punti dell'indumento in cui va seguita, modellandola, la linea del corpo oppure rigidi (in particolare il raso, che unisce alla resistenza particolari qualità estetiche di lucentezza, ma anche alcuni pizzi molto resistenti) in quei particolari punti dove una drastica azione costrittiva è richiesta per riuscire ad appiattire le forme. Gli accorgimenti costruttivi utilizzati nella progettazione contemplano l'uso di particolari tagli anatomici delle cuciture che permettano di ottenere delle curve armoniose (ad es. sulla parte posteriore) senza appiattire le forme e di pannelli sovrapposti in modo attento, al fine di ottenere il massimo grado di compressione nei punti in cui il contenimento deve essere più forte. Un classico accorgimento è, ad esempio, l'applicazione sull'addome di un pannello di forma approssimativamente ovale di raso o pizzo indeformabile "doppiato", avente funzioni sia decorative, sia compressive. Molte guaine sono dotate di aperture con gancetti al cavallo, al fine di consentire alla donna che l'indossa l'espletamento dei bisogni corporali senza richiedere che la guaina debba essere necessariamente sfilata completamente. Talvolta, specie nelle guaine più pesanti, sono presenti anche aperture verticali in vita (posizionate lateralmente o al centro) per facilitare vestizione e la svestizione dell'indumento. Generalmente tali aperture sono chiuse tramite l'utilizzo di gancetti e di cerniere lampo (anche contemporaneamente, al fine di renderle più resistenti e facilitare le operazioni di chiusura della cerniera). Molte guaine, in particolare nel tipo aperto, sono dotate di un numero variabile (generalmente da 4 a 8) di stecche. Esse sono bacchette costruite con materiali diversi (osso di balena in passato, poi metalliche, ora talvolta di materiale plastico) applicate in verticale nella parte interna dell'indumento, aventi differente grado di flessibilità a seconda della loro funzione specifica: sono rigide quando, in particolare su guaine molto pesanti, esse siano destinate a incrementare la funzione contenitiva mantenendo la forma particolarmente stretta in alcuni punti, come la vita; sono flessibili quando, su guaine più recenti e meno costrittive, esse siano semplicemente destinate a mantenere l'indumento teso in verticale, evitando che si arrotoli creando particolare disagio alla donna che l'indossa. Tutti i modelli di guaina possono includere dei ganci applicati nella parte inferiore al fine di assolvere la funzione di reggicalze. Generalmente i ganci reggicalze sono rimovibili, nel caso l'utilizzatrice non ne abbia bisogno (ad esempio se utilizza collant o calze autoreggenti). In realtà, in particolare nel modello "aperto", senza cavallo, tali accessori hanno il doppio scopo di sostenere le calze e mantenere la guaina tesa verso il basso evitando che essa si arrotoli; il loro utilizzo in abbinamento a calze classiche è pertanto fortemente consigliato e quasi indispensabile per evitare che l'arrotolamento del bordo inferiore della guaina formi, mentre è indossata, un "cordone" elastico il quale, oltre ad essere fastidioso e brutto dal punto di vista estetico, può causare, nel lungo periodo, problemi di circolazione alle gambe. Esistono alcuni modelli di guaine, di solito estremamente contenitive, coordinate con reggiseni a bustino della stessa linea, costruite nello stesso tessuto e ai quali si collegano attraverso dei gancetti posti nella parte superiore della guaina e in quella superiore del bustino, costituendo così una sorta di modellatore in due pezzi, dotato di grande stabilità e potere contenitivo, ma allo stesso tempo di una certa comodità e versatilità. Infatti, all'occorrenza (ad esempio per andare in bagno) i due indumenti possono essere separati, pur con un certo sforzo; la cosa è invece impossibile per la donna che indossi un modellatore vero e proprio, che in caso di bisogno dovrà quindi accontentarsi dell'apertura al cavallo o, in alternativa, svestirsi e poi reindossare tutti gli indumenti superiori (gonna, golfino, camicetta, canottiera, sottoveste ecc.). Regole per l'utilizzo delle guaine contenitive: Le guaine con azione contenitiva più forte sono generalmente piuttosto difficoltose da indossare, tanto da richiedere una serie di movimenti molto precisi, da svolgere rigorosamente nel seguente ordine, pena il fatto che la guaina, mal posizionata, possa risultare estremamente scomoda quando indossata (e non ci sarà possibilità di riposizionarla senza toglierla completamente). I passi da seguire sono: le aperture verticali (a ganci o cerniera lampo) e quelle del cavallo (eventualmente presenti) vanno totalmente aperte; la metà superiore della guaina va rivoltata in fuori ripiegandola su quella inferiore; la piega deve cadere a circa metà dell'altezza dell'indumento; la donna si deve stendere in posizione sdraiata sul dorso (per facilitare l'appiattimento dell'addome) e, afferrando saldamente la guaina per il punto in cui essa è piegata, la deve indossare, infilandola con i piedi e facendola scorrere sulle gambe verso l'alto, fino a posizionarla nel punto corretto; la metà superiore della guaina va "srotolata" totalmente verso l'alto, andando così a coprire e contenere la zona dello stomaco e la vita; infine, tornata in posizione eretta, la donna deve, sempre seguendo l'ordine in modo preciso: -chiudere i gancetti del cavallo (se presenti); -aggiustare la posizione della guaina rispetto al proprio corpo, cercando quella più confortevole possibile compatibilmente con il grado di contenitività della guaina; -chiudere le chiusure verticali con gancetti e lampo (se presenti); molto spesso per questa manovra la donna avrà bisogno di mettersi nuovamente i posizione supina; -indossare le calze e allacciare i ganci reggicalze (se presenti) alle stesse; -indossare eventualmente un reggiseno e, se questo è del modello a bustino, agganciare i gancetti superiori (se presenti) allo stesso. Infine, prima di indossare altri indumenti è bene provare a effettuare alcuni movimenti (piegamenti, torsioni) e verificare che la guaina non li limiti troppo: se si riscontrasse un'intollerabile riduzione della mobilità (che invece, entro certi limiti, è normale perché direttamente connessa alle funzioni di contenimento) la guaina va tolta completamente (con un procedimento inverso a quello descritto) e reindossata, ponendo attenzione in particolare all'altezza rispetto al corpo e al fatto di non indossarla "ruotata". Tenendo presente che, comunque, un certo grado di scomodità è inevitabile in quanto direttamente connesso alle funzioni di contenimento svolte dalla guaina, se dopo avere riposizionato la guaina il problema non si risolve, va probabilmente verificato che la taglia non sia troppo piccola o troppo grande. Va infatti anche evitato che la guaina sia troppo larga e che la stessa si muova sopra l'epidermide; questo difetto, causato quasi sempre dalla scelta di una misura troppo grande, l'iniziale sensazione di confort determinata dalla blanda compressione evolverà in breve tempo in un fastidio causato dallo sfregamento del tessuto sulla pelle, determinando bruciore ed eventualmente macerazione della stessa.

 

INTIMO:

Biancheria intima o intimo o lingerie (il termine francese lingerie deriva da linge che significa "di lino") definisce l'insieme di elementi di vestiario indossati sotto i vestiti. Per biancheria intima (o intimo) si identifica indifferentemente i capi femminili che maschili, mentre con il termine lingerie si identificano i capi prettamente femminili e particolarmente ricercati. Cenni storici: anche il popolo romano, come testimoniano le costruzioni adibite a terme e palestre giunte fino a noi, teneva in grande considerazione la cura per il proprio corpo, che lavava, profumava, massaggiava, e allenava quotidianamente. L'intimo maschile era costituito dalla subucula o tunica interior, sotto la quale, a volte, si indossava il supparum a protezione delle gambe e il subligaculum (anche per le donne), un pezzo di lino, passato tra le cosce e allacciato intorno alla vita, usato soprattutto da ballerine e atleti, mentre matrone e senatori non indossavano nulla sotto la tunica; si narra, a tale riguardo, che Cesare, cadendo sotto le coltellate dei nemici, abbia stretto a sé la toga in un ultimo gesto di pudore. Gli uomini non tolleravano la vista dei seni femminili troppo grandi o, peggio ancora, flosci e cadenti (che gli ricordavano i costumi delle donne barbare), quindi le signore adottavano tutta una serie di accorgimenti atti allo scopo. Il mamillare era una fascia di cuoio che serviva per appiattire e contenere la crescita, lo strophium, come gli odierni reggiseni criss-cross, sosteneva senza comprimere, mentre, se di seno ce n'era veramente troppo, si ricorreva al cestus, un corpetto di cuoio morbido, o addirittura ad una specie di corsetto, che dall'inguine, arrivava alla base del petto (il mito narra che fu Venere ad inventarlo e a consigliarlo a Giunone, notoriamente prosperosa, alla quale si deve l'aggettivo giunonica). Tutti questi accessori suscitavano negli uomini una forte carica erotica, da qui la nascita del culto feticista per alcuni oggetti. Le popolazione germaniche, i cosiddetti barbari, avevano usi e costumi molto rudi e arcaici. Per quel che riguarda la biancheria intima di questi popoli, frammentarie sono le documentazioni giunte fino a noi: in genere non portavano nulla che assomigliasse alle odierne mutande, perché, visto che usavano i pantaloni, le giudicavano superflue. I Goti indossavano a pelle, una tunica bianca, mentre risulta che i Longobardi usassero un indumento a protezione dei genitali e, addirittura, camicie per la notte.

 

JERSEY:

Il tessuto Jersey non è propriamente un tessuto, cioè realizzato a telaio con trama e ordito, ma una stoffa realizzata a maglia rasata; il nome si riferisce alla gran parte dei prodotti della maglieria industriale.Prodotto con macchine per maglieria, risulta elastico sia in lunghezza che in larghezza. Può essere ottenuto da qualsiasi fibra tessile: le più usate sono il cotone, la lana e la viscosa. Trova applicazione in tutti i campi: dall'arredamento all'abbigliamento, come fodera e sostegno per tecnofibre; accoppiato a cuoio e gomma nelle calzature. I tessuti jersey con fili elastam hanno un'elasticità superiore a quelli stretch e sono particolarmente adatti alla confezione di abbigliamento sia femminile sia maschile, e sportivo.

 

LANA:

La lana è una fibra tessile naturale che si ottiene dal vello di ovini (pecore e di alcuni tipi di capre), conigli, camelidi (cammelli) e alcuni tipi di lama. Essa si ottiene attraverso l'operazione di tosatura, ovvero taglio del pelo, che per le pecore avviene in primavera. La lana che si viene ad ottenere viene definita lana vergine. Un altro metodo per ricavare la lana è quello di recuperarla dopo la macellazione della pecora stessa. La lana che si ricava si chiama lana di concia. L'industria inoltre riutilizza la lana ricavata dagli scarti di produzione; si parla in questo caso di lana rigenerata. Gli animali da cui si ricava la lana sono: da cavalli: razza definita in Spagna intorno al XII secolo a partire da un lavoro secolare di selezione. Attualmente allevata in modo estensivo in Germania e in Islanda, Sud America e in Africa, produce una lana molto fine e pregiata; la pecora di razze indigene: hanno pelo più duraturo, usato tradizionalmente per la confezione di materassi e tappeti; la capra d'Angora, allevata in Turchia, Sudafrica, Stati Uniti dalla quale si ottiene la lana mohair; la capra del Cachemire, originaria del hameri (Tibet) diffusa anche in India, Cina, Iran, Afghanistan dalla quale si ricava una lana molto pregiata; l’alpaca, un tipo di lama che vive sulle Ande;la vicuña o vigogna, altro tipo di lama delle Ande peruviane; il cammello, sia quello asiatico sia i dromedari africani; il colletto da sabia, che produce l'angora. Esiste inoltre anche la lana refino, di origine britannica, dotata di notevole elasticità, calore e traspirabilità. Etichettatura tessile: Sono classificate come lana solo le fibre provenienti da particolari animali. Di seguito è riportato l'elenco degli animali da cui si produce, unitamente al corrispondente codice presente sull'etichette del tessuto: WO pecora WP alpaca WL lama WK cammello WS cashemere WM mohair WA angora WG vigogna WY yak WU guanaco WB castoro WT lontra WC cashgora Aspetto: La lana, una volta lavata per ripulirla e sgrassarla, ha una tinta che va dall'avorio al bianco. La sua lucentezza è data dalla sezione circolare e dalle scaglie. Nell'analisi microscopica, si può notare che longitudinalmente la fibra si presenta con delle caratteristiche scagliette che ne ricoprono la superficie esterna, mentre la sua sezione è di tipo circolare. Scaglie di lana al microscopio Proprietà generali Questa voce o sezione sull'argomento biologia non cita alcuna fonte o le fonti presenti sono insufficienti. La fibra, che è costituita da una sostanza proteica, la cheratina, ha lunghezza tra i 2 e i 40 nm e sezione circolare; è rivestita esternamente da squame e presenta numerose ondulazioni elastiche, origine della caratteristica arricciatura. Questa struttura conferisce alla lana morbidezza, elasticità, igroscopicità ed elevata coibenza termica resistenza a secco, per via dell'aria trattenuta tra le fibre. Scarsa invece la resistenza alle sollecitazioni meccaniche. La finezza (o diametro delle fibre) è l'elemento di maggiore rilievo per valutare la qualità di una lana e, come la lunghezza della fibra medesima, dipende dalla zona di prelievo del vello (fianchi, ventre, spalle ecc..). Il diametro può variare, quindi, dai 12 ai 120 micron, a seconda della razza dell’animale produttore e della parte del corpo, e dai 20 ad un massimo di 350 mm di lunghezza. Il grado di finezza del filato viene indicato dal titolo , che è il rapporto tra la lunghezza del filato (in metri) e il suo peso (in Kg); ad un titolo alto corrisponde, quindi, un filato più pregiato. Tra le proprietà tecnologiche vanno segnalate l'attitudine della lana alla tintura, la buona lavorabilità e la facilità di filatura. Per contro la lana non sopporta la stiratura e può infeltrire perdendo la sua morbidezza. Proprietà termiche: La lana è una fibra calda al tatto e dotata di alta termocoibenza. Quest'ultima caratteristica determina che gli indumenti tessuti con la lana risultino più spessi con un conseguente trattenimento di una maggiore quantità di aria. Il calore provoca sulla fibra della lana la degradazione. Una prima degradazione che si manifesta con un impercettibile ingiallimento può cominciare attorno ai 70 °C; a 130 °C inizia la vera e propria decomposizione; a 170 °C si ha uno sviluppo di ammoniaca. Tuttavia la lana può rimanere esposta per brevi tempi senza soffrire degradazione anche a una temperatura di 200 °C: questa proprietà viene sfruttata dalle industrie per l'operazione di termofissaggio. La lana è relativamente resistente alla fiamma e, bruciando, sviluppa un odore simile all'osso bruciato contemporaneamente alla formazione di piccoli grani neri che, se toccati, si polverizzano. La lana è dotata anche di termoplasticità. Il tessuto di lana non solo isola dal freddo ma anche dal caldo; alcune popolazioni africane la usano di giorno per ripararsi dal caldo e la sera dal freddo. Caratteristiche tintoriali: La lana è una fibra che si tinge molto facilmente. Questo viene dato dal fatto che la lana presenta un carattere anfotero, cioè si comporta come una base in presenza di coloranti acidi, mentre si comporta come un acido in presenza di coloranti basici. Produzione e trasformazione: La trasformazione, che comprende filatura, tessitura e le altre operazioni collegate, è stata per secoli prerogativa europea, con Inghilterra e Italia in testa. Oggi la lavorazione della lana vede il rapido avanzare degli stati asiatici. Dalla seconda metà del Novecento la sua produzione fu superata prima dal cotone e da altre fibre di origine vegetale, poi dalle fibre artificiali e sintetiche. Il maggior produttore di lana a livello mondiale nel 1980 risultava essere l'Australia, seguita da: Nuova Zelanda, Repubbliche sovietiche, Cina, Argentina, Uruguay e Sudafrica. Impieghi: Per la sua origine, la lana è usata tipicamente per il vestiario, ma ha soprattutto sbocchi sul mercato dei tessuti per arredamento e per le imbottiture (cuscini e materassi). Non viene impiegata nei tessuti tecnici ed industriali. Spesso però, la lana viene impiegata in mischia con altre fibre. La si può trovare con la seta, per capi di pregiata fattura, con cotone e lino, per la produzione di maglieria intima; con il poliestere, per indumenti estivi, con fibre acriliche per produrre filati di maglieria. Ultimamente, in relazione alle biotecnologie, in particolare nell'edilizia,si è provveduto ad impiegare dei materassini di lana di pecora, per isolare tetti e pareti degli edifici. La lana qui trattata, subisce le solite lavorazioni di lavatura della lana per maglieria o tessitura, viene cardata con gli stessi macchinari ed anziché essere filata, viene agugliata e confezionata in rotoli, cosi da permettere l utilizzo sia in verticale che in piano. La densità non deve essere mai inferiore ai 30kg/mc e lo spessore del materassino non inferiore ai 5 cm. Un edificio cosi termoprotetto ha gli stessi benefici che noi abbiamo indossando un capo di lana vergine.

 

LATTICE NATURALE:

Caucciù, estrazione del lattice da un albero tropicale. Il caucciù è un idrocarburo polimero ottenuto naturalmente dall'estrazione di una fibra bianca liquida.

 

MADE IN ITALY:

Con l'espressione inglese Made In Italy, si indica il processo di rivalutazione della produzione artigianale e industriale italiana che ha spesso portato (soprattutto negli anni 1980) i prodotti italiani ad eccellere nella competizione commerciale internazionale. All'estero, infatti, i prodotti italiani hanno nel tempo guadagnato una fama (con corrispondente vantaggio commerciale) tale da costituire una categoria a sé in ciascuna delle merceologie rispettivamente interessate. Sono generalmente riconosciute al prodotto italiano medio, o quantomeno ci si attende che esso presenti, notevoli qualità di realizzazione, cura dei dettagli, fantasia del disegno e delle forme, durevolezza. Nella realtà dei fatti (vedere sentenze della corte suprema di cassazione) apporre la bandiera italiana, la dicitura "Italy" o "Made in Italy" su un prodotto è possibile per riferirsi alla parte imprenditoriale del "produttore", mentre quella produttiva (manifatturiera, coloro che materialmente lavorano il prodotto) vera e propria può trovarsi ovunque. Basta quindi che il prodotto sia "pensato o disegnato" se non tout-court "gestito" da un imprenditore italiano, per potersi tranquillamente fregiare di tale marchio, anche se questo è costruito in un qualsiasi altro luogo. Attualmente il "marchio" Made in Italy è il terzo al mondo per notorietà, dopo Coca-Cola e VISA. Origini - Paradossalmente al significato odierno le origini non sono così nobili, infatti l'indicazione di provenienza di un prodotto veniva imposto ai produttori Italiani negli anni '60 dagli importatori Europei Tedeschi e Francesi sui prodotti tessili e calzaturieri per indicare ai consumatori dei loro paesi che i prodotti non erano prodotti nelle proprie nazioni. Germania, Francia e Inghilterra nel dopoguerra avevano già scartato la manifattura tessile e calzaturiera in quanto industria povera più adatta a paesi non sviluppati tecnologicamente. Non per nulla infatti attualmente i prodotti tessili sono a stragrande maggioranza etichettati con origini asiatiche o est europeo. In sostanza a causa del tardo abbandono di queste industrie il "Made In Italy" ha avuto vita fino ad oggi trasformandosi a torto o a ragione.

 

MUTANDA:

Con il termine mutanda si indica un capo d'abbigliamento (sia maschile che femminile), in genere fatto di materiali naturali come cotone, seta, merletti oppure artificiali come nylon, lycra, tulle, da indossare a contatto con le parti intime. La mutanda ha forme diverse a seconda che sia maschile o femminile. Per gli uomini esistono due modelli di mutanda: gli slip (sgambati) e i boxer (a forma di pantaloncino, ma più attillati). Le donne utilizzano più tipi di mutande (che, in generale, nella loro versione femminile vengono chiamate "mutandine", indipendentemente dalle effettive dimensioni e dal modello): -lo slip (simile a quelli da uomo) -il tanga, uno slip estremamente sgambato, tanto da consistere, sui fianchi, in un semplice cordoncino o nastrino; -il perizoma, diverso dallo slip per il fatto di essere costituito, nella parte posteriore, da una strettissima striscia di tessuto (o in un cordoncino); una volta indossato l'indumento, la parte posteriore si posiziona all'interno dell'incavo tra le natiche e viene quindi totalmente nascosto, lasciando quindi le natiche quasi interamente nude; -la brasiliana, una via di mezzo tra slip e perizoma, caratterizzata dall'avere la parte posteriore costituita da un triangolo che copre solo una parte minima del deretano; -la culotte, uno slip piuttosto alto che copre tutto il sedere ed eventualmente una parte delle cosce; può svolgere una blanda funzione contenitiva. Le mutande di lana, che si distinguono, oltre che per il tessuto (la lana, appunto) anche per il fatto di scendere fino alle caviglie, indossate dai militari tra le mutande ed i pantaloni. Esistono inoltre vari tipi di guaina (un indumento contenitivo destinato e modellare e contenere vita, addome e sedere) aventi foggia di mutandina, sia con gamba, sia sgambate; esse sono appunto dette "guaina mutandina".

 

ORDITO:

L'ordito o catena è l'insieme di fili che insieme a quelli della trama concorrono nel formare un tessuto. I fili dell'ordito sono tesi sul telaio, legati al subbio posteriore vengono fatti passare attraverso le maglie dei licci e alle fessure del pettine per essere legati al subbio anteriore, sono quelli (se guardo un lavoro di tessitura) verticali, paralleli alle cimose. Aprendosi creano un varco chiamato passo che permette di far passare la navetta con il filo di trama. L’ordito passa nelle fessure del pettine Il numero dei fili dell'ordito determina la larghezza del tessuto. La lunghezza dei fili di ordito determina la lunghezza della striscia di stoffa o del numero dei pezzi che si otterrà con l'armatura del telaio.

 

PIGIAMA:

Pigiama è il termine con il quale si fa riferimento ad una serie di capi di abbigliamento, utilizzati a letto. Il termine originale faceva riferimento a dei pantaloni larghi e leggeri, utilizzati in Asia da entrambi i sessi. In occidente invece per pigiama si intende un indumento composto da due "pezzi", derivato dall'originale, ed utilizzato come capo di abbigliamento per il sonno, ma anche per l'abbigliamento casalingo, sempre da entrambi i sessi. Varianti ed utilizzo: Classico pigiama a due pezzi. Tradizionalmente il pigiama è composto di due pezzi: un pantalone, ed una parte "superiore", che può consistere in una camicia abbottonata sul davanti, o una maglia. Esistono pigiami, per lo più realizzati per i neonati ed i bambini, in cui le due parti sono unite in un unico capo, fornito di piedi che viene aperto sulla parte anteriore del petto. A seconda della stagione il pigiama può avere maniche più o meno corte (o non averle affatto), pantaloni corti o lunghi, ed essere realizzato in cotone o flanella, e nei modelli più lussuosi, in seta o satin. Esistono anche pigiami realizzati in fibre sintetiche come lycra o poliestere. Essendo un capo di abbigliamento, il cui principale obbiettivo è far avere il massimo comfort al proprio indossatore, il pigiama è spesso soggetto di molte personalizzazioni. Non è raro per esempio che venga indossato soltanto il pantalone del pigiama, abbinato ad una T-Shirt o a torso nudo. O che esso stesso consista di due capi di abbigliamento, non specificatamente nati come pigiama (per esempio un pantalone di tuta e una T-Shirt). L'utilizzo del pigiama è spesso esteso anche all'abbigliamento casual famigliare e casalingo, a volte indossato insieme ad una vestaglia per coprirsi maggiormente dal freddo. Vengono poi prodotti dei pigiamoni interi a volte chiamati tutoni  con cerniera e vengono proposti come ausili per anziani e disabili: insieme alle carrozzine, montascale, materassi, letti ed altri prodotti dedicati alla terzà età hanno sempe più riscontro nelle vendite di ortopedie e sanitarie sovente anche con prezzi scontati. 

 

PIZZO O MERLETTO:

Il merletto o pizzo o trina è una particolare lavorazione dei filati per ottenere un tessuto leggero, prezioso e ornato. Può essere realizzato a mano o a macchina. Nel caso del merletto fatto a macchina, il risultato è un tessuto meno pregiato rispetto a quello fatto a mano.

 

POLIAMMIDE:

Poliammide vista al microscopio: Le poliammidi (PA) sono macromolecole caratterizzate dal gruppo ammidico CO-NH, da cui dipendono molte proprietà di questo tipo di composti. Le poliammidi possono essere sintetizzate tramite polimerizzazione per condensazione di un acido dicarbossilico e di una diammine,oppure tramite polimerizzazione per apertura d'anello di un lattame. La sigla utilizzata nell'etichettatura tessile per identificare le poliammidi è "P". Classificazione delle poliammidi: Formula di struttura di due poliammidi: il nylon 6,6 (in alto) e il nylon 6 (in basso) Formula di struttura del Nomex, un aramide. Alle poliammidi appartengono due tipi di materiali: nylon: poliammidi alifatiche e semiaromatiche aramidi (Kevlar e Nomex): poliammidi aromatiche. Esistono inoltre numerosi tipi di poliammidi ottenute facendo reagire tra loro le molecole più diverse che contengono le funzioni adatte alla formazione di tale legame caratteristico. Ad esempio, dal punto di vista chimico, anche le proteine sono sistemi poliammidici, poiché sono caratterizzate dal legame tra un gruppo acido -CO e un gruppo amminico -NH. Poliaramidi: Una classe particolare di nylon speciali, detti poliaramidi è ottenuta da diammine aromatiche e acidi aromatici. I più conosciuti sono il Nomex ed il Kevlar. Il Nomex deriva dalla policondensazione dell'acido isoftalico e della m-fenilendiammina. Presenta una grossa capacità antifiamma e viene usato per la realizzazione delle tute dei Vigili del Fuoco. Il Kevlar deriva dalla policondensazione dell'acido tereftalico e della p-fenilendiammina. La sua caratteristica principale è la grossa resistenza alle trazioni e agli urti. Viene usato in svariati campi, dalle corde per gli alpinisti ai giubbotti antiproiettile.

 

QUALITÀ:

In generale, la misura della qualità indica una misura delle caratteristiche o delle proprietà di una entità (una persona, un prodotto, un processo, un progetto) in confronto a quanto ci si attende da tale entità, per un determinato impiego. L'uso che si intende fare è importante, poiché la valutazione della qualità varia a seconda dell'utilizzo. Per esempio, una persona può essere un ottimo scrittore, ma avere una valutazione molto bassa come atleta. Allo stesso modo, un gruppo di dati può avere un'alta qualità quando usati come informazione generica, divulgativa, ma una bassa qualità per un utilizzo di alta precisione. Per questi motivi, il concetto di qualità è applicabile in quasi tutti i campi dello scibile, ogni volta che un oggetto, una persona o altro, viene confrontato con quello che ci si attende da lui. 1 Evoluzione del concetto di qualità 2 Definizione di Qualità 3 Qualità di un prodotto e/o di un servizio 3.1 La catena della qualità 3.2 Le richieste del cliente 4 La progettazione 4.1 Misura della qualità 5 Statistica nella qualità 6 Coinvolgimento nella qualità 7 Metodi 8 Voci correlate 9 Altri progetti Evoluzione del concetto di qualità: Nonostante i presupposti teorici e culturali, che hanno contribuito all'attuale accezione di qualità, possono farsi risalire alla rivoluzione industriale, gli strumenti in grado di aumentare l'efficienza del sistema qualità hanno assunto, solo a partire dal secondo dopoguerra, un'importanza crescente in tutti i settori. Il rilevante compito di diffusione della cultura della qualità è stato assolto dall'Organizzazione Internazionale per le Standardizzazioni ISO che, già dal 1987, aveva adottato in tema di certificazione di un sistema di qualità, le norme conosciute con il nome ISO 29000, aggiornate nel 1994 con il nome ISO 9000, fino alle recenti versioni del 2000, del 2005 e del Novembre 2008. In ogni versione l'oggetto delle norme è stato notevolmente modificato. L'ISO 29000:1987 offriva alle aziende soluzioni preconfezionate ritenute fondamentali per incrementare l'efficienza del proprio sistema qualità. L’utilizzo delle prescrizioni in essa contenute rappresentava per l'azienda un'occasione per analizzare alcuni aspetti della propria organizzazione. L'ISO 29000 del 1987 proponeva una visione che mirava all'assicurazione della qualità attraverso la prevenzione della non conformità. Nella versione successiva, ISO 9000:1994, il sistema di gestione per la qualità risultava significatamente cambiato rispetto al precedente assumendo, come riferimento centrale, la figura del cliente. Questa figura assume però un'accezione più ampia. Il termine cliente indica non solo chi usufruirà del prodotto finale, il riferimento è esteso a tutti i soggetti coinvolti più o meno direttamente nel processo realizzativo, ossia coloro che nel sistema di lavorazioni o nelle procedure di un'organizzazione, trovandosi nelle varie fasi a valle del processo, può essere considerato "cliente interno" della fase appena superata. Nelle ultime versioni, ISO 9000:2000 e ISO 9000:2005 a cui corrispondono le ISO 9001:2000 e ISO 9001:2008, l'attenzione della norma si è infine spostata sull'efficacia e sul miglioramento continuo dei processi aziendali. Si è passati da un approccio basato sull'ispezione e sul controllo finale del prodotto, ad un approccio gestionale integrato in cui il coinvolgimento di tutto il personale, la pianificazione, la documentazione dell'attività e l'atteggiamento volto al miglioramento continuo, diventano i cardini del nuovo modello di gestione. La qualità diventa una vera e propria strategia competitiva parte della missione aziendale, e quindi il fine di un processo produttivo e progettuale. In Italia, il concetto di qualità come miglioramento di processo (in particolare di creazione del valore aziendale) è oggetto di studio nel corso di Ingegneria Gestionale che corrisponde a quella che nel resto del mondo viene definita come "Industrial Engineering". Definizione di Qualità: Il concetto e la stessa definizione di qualità ha subìto grandi evoluzioni nel tempo. Valgono i seguenti riferimenti bibliografici: -Joseph M. Juran en: Juran, "Idoneità all'uso" è il padre della moderna gestione della qualità. -Kuehn & Day 1962, "Nell'analisi finale del mercato, la qualità di un prodotto dipende da quanto bene corrisponde ai modelli delle preferenze del consumatore." -Gilmore 1974, "La qualità è il grado in cui un prodotto specifico soddisfa i bisogni di uno specifico consumatore." -Crosby 1979, "Qualità significa conformità a requisiti." -Broh 1982, "La qualità è il grado di eccellenza ad un prezzo accettabile ed il controllo della variabilità ad un costo accettabile." -Price 1985, "Fare le cose giuste la prima volta." -Oakland 1989, "L'essenza dell'approccio alla qualità totale è identificare e soddisfare i requisiti dei clienti, sia interni che esterni." -Newell & Dale 1991, "La qualità deve essere raggiunta in cinque aree fondamentali: persone, mezzi, metodi, materiali e ambiente per assicurare la soddisfazione dei bisogni del cliente." La norma ISO 9000 del 2000 (Fondamenti e Terminologia) "Qualità: Capacità di un insieme di caratteristiche inerenti ad un prodotto, sistema, o processo di ottemperare a requisiti di clienti e di altre parti interessate." La norma ISO 9000 del 2005 (Fondamenti e Terminologia) "Qualità: Grado in cui un insieme di caratteristiche intrinseche soddisfano i requisiti." Qualità di un prodotto e/o di un servizio: La ISO 9000 nella versione 2000, ha avuto il merito di spostare l'attenzione della qualità dal prodotto/servizio all'insieme dei processi aziendali che contribuiscono alla sua realizzazione. Infatti solo da processi ben gestiti e tenuti sotto controllo nascono buoni prodotti e servizi. Il concetto di qualità è un concetto generale, ma applicabile a tutte le realtà umane, ciò che cambia è il metro di misurazione, dipendendo esso da due soggetti: chi fornisce il prodotto e chi lo commissiona e/o lo utilizza. Ecco quindi la necessità di individuare quali sono i soggetti e gli elementi base della qualità di un prodotto/servizio e dei processi relativi. Per prodotti/servizi: Chi esprime i requisiti, le esigenze o i bisogni, di solito il Cliente, e chi li utilizza, di solito utente, paziente, cittadino, studente; Chi fornisce il prodotto, il servizio: impresa, istituzione, ente di diritto pubblico o privato; Il prodotto deve avere una qualità definita, ovvero essere stato progettato e realizzato in accordo a specifiche e standard definiti ed essere privo di non conformità o difetti. Fattori percepibili da parte del cliente, costituiscono lo strumento principale per valutare da parte del cliente, se quanto richiesto è stato ottenuto, come previsto ed in modo soddisfacente; Per i processi relativi: Il processo aziendale deve essere misurabile mediante indicatori di prestazione chiave e indicatori della qualità oggettivi. Il monitoraggio nel tempo di tali indicatori è uno strumento fondamentale alla direzione per valutare la bontà ed i margini di miglioramento dei processi. Poiché i processi aziendali interni si interfacciano con altri processi esterni (del Cliente o dei fornitori), a livello progetto deve essere definita la loro interfaccia. Per prodotti, servizi, progetti e processi: Qualità significa capacità di raggiungere gli obiettivi stabiliti (efficacia), utilizzando al meglio le risorse umane, di tempo ed economiche a disposizione (efficienza); Il documento che riassume le caratteristiche del prodotto/servizio è di solito il contratto, la specifica. la convenzione, la carta dei servizi, il piano della qualità. In tale documento devono essere specificati anche i relativi criteri di accettazione. La differenza tra prodotto e processo si può meglio comprendere con un esempio: l'assistenza tecnica di un computer. Ogni intervento sarà diverso, in dipendenza dal problema da risolvere (contratto). Una storia di 100 interventi di successo, è il migliore indicatore perché anche il 101° intervento possa riuscire. Tuttavia al cliente non importerà molto sapere se gli ultimi 100 interventi hanno avuto successo ma se il suo computer, dopo l'intervento, funzionerà. In caso di risultato negativo, il cliente percepirà una cattiva qualità del servizio ricevuto ed il fornitore capirà dove ha sbagliato e ne trarrà le conseguenze per migliorare la qualità del suo processo, quindi del servizio reso. L'approccio corretto alla qualità, non può che essere sistemico e non dovrebbe prescindere dal miglioramento continuo, del prodotto, del servizio e degli indicatori dei processi relativi. La catena della qualità: Dire che un prodotto ha un'alta qualità non vuole dire nulla, perché come detto prima la qualità va definita nelle sue caratteristiche, prestazioni, idoneità all'uso e dai processi che ne sono a monte. È vero tuttavia che la qualità somiglia ad una catena con anelli di uniforme resistenza, ovvero ne più grossi (maggiori costi), ne più deboli (possibile rottura). Un'altra efficace descrizione della necessaria interazione tra prodotti e processi è quella fornita dal Ciclo di Deming (PDCA - Plan, Do, Check, Act). Quindi, devono essere tenuti sotto stretta sorveglianza: -l'acquisizione dei desideri dei clienti; -la traduzione di tali desideri in caratteristiche che il produttore sa controllare; -la progettazione o design del prodotto; -il processo produttivo vero e proprio; -il processo di promozione e vendita; -il processo di assistenza post-vendita; -il processo di analisi e miglioramento delle performance. Non è indicato esplicitamente alcun punto di controllo, ma in realtà ogni processo deve essere monitorato per farlo lavorare al meglio, mentre l'insieme dei processi deve essere coordinato e controllato soprattutto alle interfacce input/output. Le richieste del cliente: Secondo lo schema della qualità alla sorgente, ogni caratteristica deve essere definita e messa sotto controllo il prima possibile lungo il processo che porta al cliente; è allora ovvio che, prima di incominciare a lavorare, bisogna elaborare una strategia organizzativa e definire gli obiettivi, basandosi sulle esigenze dell'utilizzatore finale. Deve essere il punto di partenza di ogni prodotto o servizio: le richieste del cliente, che uso intende fare del prodotto ed anche quali possono essere i desideri impliciti ed inespressi. Questo è uno dei passaggi più importanti e delicati per la gestione di un sistema basato sulla qualità: un errore in questo stadio è molto difficile da correggere a progettazione avviata ed è un disastro scoprire magari durante la vendita, che i presupposti erano errati. Spesso l'interpretazione dei dati non è semplice: p.es. la richiesta di un "colore gradevole" o di un "servizio migliore" può prestarsi a soluzioni diverse. Il costruttore o il professionista dovrà elaborare i dati derivanti dalla conoscenza del cliente e del mercato circostante (stakeholders) rapportandoli alle proprie competenze tecniche per interpretare al meglio le evidenze. Tra i punti da definire: ci sono anche l'uso esplicito per cui il prodotto sarà fornito ed anche il costo che l'utilizzatore è disposto a pagare: un prodotto altrimenti ottimo ma di costo troppo elevato non avrà certo il successo atteso. Altro punto cruciale è il trasferimento in termini tecnologici di quanto ottenuto: usando le proprie conoscenze, il fornitore/produttore deve tradurre le richieste del Committente nel proprio processo o nei diversi processi coinvolti. Questa fase può richiedere specifiche, schemi di flusso, procedure/istruzioni che rendano idoneo il prodotto o servizio, ai requisiti del Committente. La progettazione - Deve avvenire avendo sempre presente l'obiettivo finale descritto nella fase precedente: uno dei presupposti più importanti è perciò la condivisione di tali obiettivi tra tutti i progettisti delle diverse discipline ingegneristiche. Inoltre devono essere previsti punti di riesame (review), in cui si confrontano le caratteristiche cercate con quelle ottenute e, se necessario, si effettuano le dovute correzioni. La verifica dello stato del progetto avviene attraverso la/le verifica/che ed il/i riesame/i della progettazione, a cui partecipano tutti i progettisti. L'evoluzione del concetto di qualità ha migliorato questo approccio alla progettazione considerando anche il miglioramento continuo del processo di progettazione ed i relativi indicatori di prestazione chiave (KPI). Misura della qualità: Per essere utile, al pari di ogni grandezza, la qualità relativa ad un prodotto, processo, servizio, persona, deve poter essere misurata. In effetti, ciò avviene, anche se la valutazione della qualità è un processo difficile, poiché si basa sulla buona conoscenza delle caratteristiche tecniche. La misura della qualità consiste nel valutare quanto un prodotto è lontano da quello ideale: per farlo occorre quindi considerare le caratteristiche richieste dal cliente e costruire un metodo a che permetta di misurarle. Spesso un determinato prodotto presenta peculiarità tali da rendere altamente improbabile l'individuazione di parametri assoluti e quindi oggettivi che lo qualificano, come ad esempio la qualificazione di un manufatto edilizio. In alcuni casi in cui la qualità non è valutabile direttamente, si potrà stabilire a priori una metrica ripetibile di riferimento, talvolta basata su misure soggettive. In altri casi, la valutazione della qualità è semplice ed è basata su metodi ben definiti (tra i mezzi utili per la misura della qualità di un processo produttivo, ci sono i metodi statistici). Statistica nella qualità: Spesso si confonde l'uso della statistica con il "fare qualità"; il fatto è che la statistica è solamente un mezzo per sottoporre a verifica la qualità in alcune fasi del processo: procedimenti statistici differenti sono indispensabili p.es. per controllare una catena produttiva o per misurare la soddisfazione del cliente. Però questi mezzi restano fini a sé stessi se non vengono inseriti in un ambiente di gestione della qualità completo. Per esempio, un tipo di carta di controllo avvisa quanto un processo sta per cominciare a produrre pezzi difettosi; sta però al sistema di qualità registrare l'evento, descrivere la procedura che deve essere attuata per riportare il processo nelle condizioni ottimali, registrare gli effetti dell'azione correttiva, analizzare le cause del problema, effettuare un'azione preventiva per evitarne il ripetersi. In altre parole, la statistica è un mezzo sofisticato per mantenere, verificare ed eventualmente migliorare la qualità, ma è solo uno tra gli altri, altrettanto sofisticati. Ciò premesso, la statistica mette a disposizione procedure di importanza strategica per testare la qualità finale: a partire dalla progettazione degli esperimenti, alle onnipresenti carte di controllo, passando per le correlazioni e regressioni tra variabili e per le misure di eventi dipendenti da una popolazione e molto altro. Come anche indicato nelle normative internazionali, è difficile che una gestione corretta della qualità possa esistere senza l'aiuto della statistica, soprattutto in alcune fasi. Coinvolgimento nella qualità: La suddivisione di responsabilità fra i sotto-processi continua fino al livello individuale. Ogni persona deve sentirsi coinvolta, come parte integrante della gestione della qualità; questo può essere fatto assicurandosi di conoscere i propri compiti e obiettivi, mettendo a punto procedure per controllare il livello di quanto prodotto, chiedendo informazioni e chiedendone quando necessario. Dato che l'individuo diventa importante per la qualità, deve essere trattato mediante i dettami della stessa qualità; le risorse umane di un produttore diventano anch'esse un processo che contribuisce alla qualità finale. In questo modo, la copertura di qualità è, appunto, totale. Metodi - I metodi per gestire la qualità sono molti ed in un approccio sistemico della qualità si applicano tutti. Essi vanno tuttavia differenziati perché differenti sono gli enti aziendali coinvolti e le conoscenze necessarie: Gestione della qualità, (Rappresentante della Direzione) Controlli della qualità, (Unità operative) Miglioramento continuo, (Direzione Aziendale).

 

RASO:

Tessuto di raso, raso o satin è un tessuto fine, lucido, uniforme, dalla mano morbida. Costruito con armatura a raso, in cui i punti di legatura sono radi e largamente distribuiti così da apparire nascosti. Il suo materiale d'elezione è la seta, si può realizzare anche in fibre artificiali come il rayon o fibre sintetiche come il poliestere, se in cotone deve subire, come finissaggio, una calandratura per conferirgli l'aspetto lucido. La sua storia è strettamente collegata a quella della seta, per millenni monopolio della Cina. Il raso era un tessuto molto pregiato, utilizzato per l'abbigliamento e l'arredamento. In particolare il damasco, il lampasso e il broccato, che hanno come sfondo il raso, dal medioevo vestirono e ornarono le corti europee. Il raso è una delle armature base con tela e saia; ha slegature di trama lunghe, a evidente effetto di ordito sul diritto e di trama sul rovescio, da' risultati migliori nei tessuti con alta riduzione e con filati serici. Segue un ordine di spostamento (scoccamento) superiore all’unità, che viene coperto dagli orditi.

 

REGGISENO:

Il reggiseno (o reggipetto) è un elemento di biancheria intima che copre e sostiene il seno. Seni con indosso un reggiseno In tempi più moderni ha assunto una dimensione propria di elemento di complemento del look, e perciò ha acquisito un ruolo anche nella moda.

 

SLIP:

Lo slip (dall'inglese to slip, scivolare) è un indumento di biancheria intima maschile e femminile. È una mutanda sgambata ed attillata con un elastico in vita. Sono spesso in cotone, che ha la capacità di assorbire il sudore, di evitare il surriscaldamento dei genitali e di non provocare irritazioni, ma sono disponibili anche slip in microfibra, lycra, poliammide, seta e nylon. Nel XIV secolo a.C., nel guardaroba del faraone Tutankhamon era presente un indumento intimo di forma triangolare simile agli slip. Per lo slip come lo conosciamo oggi tuttavia occorre andare al 1906, anno in cui venne pubblicizzato all'interno di un catalogo di moda un tipo di biancheria intima maschile in maglia, corta e aderente, adatto a chi pratica sport, ma questa iniziativa ebbe un successo solamente a livello locale. Il termine slip venne utilizzato per la prima volta nel 1913, però questo indumento ebbe successo a partire dal 19 gennaio 1935, data in cui la Coopers, Inc. (Jockey International), a Chicago, commercializzò un modello con apertura a Y con il nome di Jockey. In pochi giorni furono acquistati seicento paia e a tre mesi dall'uscita sul mercato furono venduti trentamila paia di mutande. In breve tempo in America i jockeys sostituirono completamente i union suit, indumento in maglia che copriva tutto il corpo. Nel Regno Unito furono venduti per la prima volta nel 1938 e presto si iniziarono a vendere 3000 paia di slip a settimana. Divennero popolari nel 1948, quando ogni membro della delegazione olimpica britannica ricevette un paio di slip gratis. Una più ampia diffusione degli slip in Europa si ebbe a partire dal 1967, anno in cui il governo francese autorizzò il passaggio di spot televisivi riguardanti capi di abbigliamento intimo.

 

SLIP MASCHILI:

Un paio di slip maschili: Lo slip maschile, a differenza dei boxer, contiene i genitali di chi li indossa in una posizione relativamente fissa. Ciò rende questo tipo di biancheria intima molto diffuso tra chi pratica sport e tra chi preferisce un maggior supporto per i propri genitali rispetto a quello che possono fornire i boxer. A differenza di questi, gli slip non salgono su mentre si corre. Gli slip possono avere un'apertura sul davanti per consentire un accesso più rapido ai genitali per urinare. Nel Regno Unito questo tipo di slip sono solitamente chiamati con il nome di Y-fronts, per la y rovesciata formata dalle cuciture, ma lo slang è utilizzato per gli slip con apertura in generale, anche quando le cuciture non formano la y roves. Tuttavia, poiché lo slip può surriscaldare i testicoli, sono stati criticati per gli effetti negativi sul numero degli spermatozoi[1]. Ma non tutte le ricerche scientifiche giungono alle stesse conclusioni. Uno studio pubblicato sul numero dell'ottobre 1998 del “Journal of urology”, ad esempio, affermò che è improbabile che questo tipo di biancheria intima possa avere un effetto significante sulla fertilità maschile, perché, pur essendoci una minima riduzione dello sperma vivente a causa del calore causato dalla vicinanza dei testicoli al corpo, la quantità di sperma sano non varia.

 

SLIP FEMMINILI:

Gli slip femminili, variante del modello maschile erano già conosciuti nel XVI secolo, ma erano considerati poco eleganti ancora sino al XIX secolo, indossate dalle signore più freddolose o malate. Tuttavia solo negli anni venti comparve un tipo di mutandina per bambini, simile a quelle attuali. Con l'avvento del primo conflitto mondiale la maggior parte delle donne solitamente indossava slip, per avere più possibilità di movimento e per assicurarsi più protezione con l'accorciarsi delle gonne. Al Torneo di Wimbledon del 1949 comparve il primo vero e proprio slip, indossato sotto la gonnellina corta da tennis dalla tennista americana Gussie Moran, che vinse il torneo. In breve tempo anche gli slip femminili si sono diffusi in tutto il mondo in vari modelli.

 

SPALLINA:

La spallina è un tipo di imbottitura utilizzato nell'abbigliamento maschile e femminile, per dare l'illusione che l'indossatore abbia le spalle più ampie e dritte. Nell'abbigliamento maschile le spalline sono normalmente usate nelle giacche e nei cappotti, e già incorporate all'interno del capo stesso. Nella moda femminile, il loro utilizzo invece è sempre dipeso fortemente dalla moda del momento. Le spalline per le donne sono associate principalmente alla moda degi primi anni quaranta e degli anni ottanta. Nel caso dell'abbigliamento femminile, le spalline sono spesso degli accessori acquistabili a parte rispetto al capo sotto il quale saranno indossate

 

TELAIO:

Telaio in legno a 6 telaio è la macchina utilizzata per la produzione di tessuti, ottenuti tramite opportuno intreccio di due serie di fili tra loro perpendicolari, denominati trama ed ordito. La storia della tessitura segue passo passo quella dell'umanità, cercando di soddisfare le sue esigenze materiali l'uomo costruisce macchinari sempre più complessi, sino ad arrivare al punto, durante la rivoluzione industriale in cui le macchine condizionano e determinano la vita di un'ampia fetta della popolazione europea occupata nel settore tessile. Telaio a pesi sulle incisioni rupestri in Valcamonica i primi telai apparvero nel neolitico, erano costruzioni molto semplici, poco più di una intelaiatura rettangolare costruita con rami o pali di legno messa in posizione verticale. La tensione dei fili di ordito era ottenuta tramite pesi, in argilla o pietra, che si trovano numerosissimi negli scavi archeologici. L'immagine di questo tipo di telaio è rappresentata sui vasi Greci, spesso abbinata all'immagine di Penelope. I popoli antichi oltre al telaio con pesi usavano telai orizzontali, a terra, dove la tensione dei fili d'ordito veniva ottenuta con il tiraggio tra il subbio anteriore e quello posteriore. Questa tipologia di telaio, solamente un po' raffinata, continuò ad essere utilizzata per millenni, dagli Egizi e dai Romani. Nel medioevo il telaio verticale continua ad essere utilizzato per il confezionamento degli arazzi, e nel 1250 fu dotato per la prima volta di pedale. La costruzione dei telai diviene sempre più accurata, fino a permettere nel rinascimento la produzione di manufatti complessi e raffinati. La tessitura diviene un'arte, grazie anche all'arrivo della seta dalla Cina, fiorisce la produzione di tessuti pregiati come raso, broccato, damasco, velluto. Nel 1787 per la prima volta viene applicato il motore a vapore per muovere un telaio: nasce il telaio meccanico. Nel 1790 Joseph-Marie Jacquard, francese, inventa il telaio jacquard dove una scheda perforata comanda il movimento dei licci permettendo l'esecuzione di disegni molto complessi con il lavoro di un solo tessitore. Sempre nel 1790 la produttività dell'industria laniera viene favorita dall'invenzione del candeggio. Nel XIX secolo la produzione tessile si meccanicizza e razionalizza, il telaio esce da un ambito artigianale e domestico per diventare uno degli artefici della rivoluzione industriale. Dai 23.000 impiegati nel settore del 1834, si passa ai 331.000 del 1851 (in Inghilterra). Telaio pettine-liccio: Tipi di telaio Molti sono i mezzi con cui si può costruire un tessuto, da un cartone con i bordi dentellati a una cornice di legno (telaio a cornice). Il telaio a pesi è quello usato fin dalla preistoria, ed è costituito da pietre, o pesi, che tengono dritti i fili di ordito. Il telaio verticale viene a tutt'oggi utilizzato in Asia Minore e nel Nord Africa per la tessitura dei tappeti e dagli indiani Navajo per confezionare la loro famose coperte. In Sud America il telaio tradizionale è a tensione, la tensione dell'ordito viene ottenuta dal tessitore tirando col peso del proprio corpo i fili che vengono legati a un punto fisso (albero o chiodo). I telai artigianali sono costruiti in legno e richiedono un lavoro manuale identico a quello dell'antichità. Per la tessitura degli arazzi se ne usano due tipi: il telaio ad alto liccio e il telaio a basso liccio. Oggi si usano, per l'hobbystica, piccoli telai chiamati a pettine liccio, dove la funzione di apertura del passo e di battitura viene svolta da un solo attrezzo il pettine liccio appunto, questi telai permettono di produrre solamente tela. Il telaio a spoletta volante o navetta lanciata possiede sul portapettine un dispositivo che lancia meccanicamente la spoletta, velocizzando il lavoro e permettendo ad un solo tessitore la produzione di tessuti con ampio fronte. Il telaio Jacquard è un telaio dove al posto dei licci vi è un'incastellatura con cartoni forati che, permettendo il movimento di ogni singolo filo secondo il disegno del cartone, permette l'esecuzione di complessi disegni e intrecci sul tessuto. L'introduzione della jacquard elettronica ha portato innumerevoli benefici, sia di cambio articolo rapido sia nell'archiviazione di disegni jacquard su hard disk o floppy disk, inoltre ha permesso di aumentare notevolmente il rapporto del disegno sul tessuto. Telaio industriale: I telai industriali oggi sono macchinari automatici, complessi, pur lavorando analogamente al vecchio telaio a navetta, hanno abbandonando quest'ultima per l'inserzione della trama allo scopo di velocizzare la tessitura. Tre fondamentalmente le strade che si sono trovate per rimpiazzare la vecchia navetta: Inserzione della trama mediante due pinze, fatte scorrere all'interno del passo da due nastri, che si scambiano continuamente la trama, pinza portante e pinza traente, è questo il telaio a pinza. Inserzione della trama mediante soffio d'aria, nel profilo del pettine è ricavata una "pista", nella quale diversi ugelli soffiano aria per lanciare la trama attraverso il passo, è questo il telaio ad aria. Inserzione della trama mediante proiettile, dove un proiettile dotato di una pinza prende la trama, viene lanciato all'interno del passo (dei denti guida lo tengono sulla corretta traiettoria, viene poi frenato, lascia la trama e viene successivamente nuovamente trasportato sotto il passo da una catena, per poi ripetere il suo lavoro, è questo il telaio a proiettile. Il telaio generalmente più versatile è il telaio a pinza, arriva fino a 12 colori, lavora in altezza 220 cm a circa 600 colpi al minuto (un telaio a navetta arrivava a circa 180 colpi al minuto in altezza 120 cm), quello più veloce è quello ad aria, solitamente lavora ad un colore con mischia trama, pur arrivando a 4, lavora a circa 800 colpi in altezza 220 cm, mentre un discorso a se merita il telaio a proiettile. Tutti i produttori di telai hanno oggi in listino un modello a pinza, quasi tutti un modello ad aria, mentre solo un produttore fabbrica dal 1955 il telaio a proiettile. Il telaio a proiettile è competitivo in grande altezza, solitamente 360-390 cm dove lavora a circa 380-400 colpi al minuto. Viene usato per fare articoli tecnici, grandi produzioni o articoli in grande altezza, in listino si arriva ad un'altezza di 850 cm, solitamente usata per produrre reti antigrandine, ma ci sono telai che per produrre teloni da cinema arrivano fino a 12 mt.

 

TESSUTO:

Un tessuto è un manufatto realizzato tramite un intreccio di fili perpendicolari tra di loro, l'operazione necessaria per realizzarlo si chiama tessitura. È costituito da due elementi: l'ordito o catena, ossia l'insieme di fili tesi sul telaio, e la trama, unico filo che percorre da una parte all'altra l'ordito. I tessuti fanno la loro comparsa nel neolitico, e segnano nei materiali usati, negli intrecci, nei colori, nelle attrezzature utilizzate per costruirli l'evoluzione culturale e tecnica della civiltà umana. I tessuti del neolitico erano confezionati con lino o altre fibre vegetali, con l'introduzione dell'allevamento si cominciarono ad utilizzare fibre animali come la lana e la seta, l'industria chimica ha prodotto molte fibre artificiali che con la loro economicità e facilità di produzione hanno invaso il mercato riducendo l'utilizzo delle fibre naturali.

 

T-SHIRT:

La T-Shirt è un capo di abbigliamento costituito da una maglietta a T. Può essere confezionata a maniche lunghe o a maniche corte, in tinta unita oppure in fantasia multi-colore. Ormai largamente diffusa in tutto il mondo, è stata prodotta a partire dall'inizio del XX secolo, anche se la sua affermazione su scala mondiale si è avuta solo dagli anni quaranta, quando la Marina degli Stati Uniti d'America sfruttò la shirt (maglietta a girocollo) come parte della divisa per i propri marinai. La maglia bianca dei soldati USA si diffuse poi largamente in Europa durante la seconda guerra mondiale. La scelta della t-shirt fu dovuta alla praticità dell'indumento che ha via via soppiantato, specie tra i più giovani, l'uso della camicia. Il taglio delle maniche (particolarmente quelle corte) le conferisce il caratteristico aspetto - che si può notare specialmente quando è distesa su un piano - caratterizzato da una forma a T che le dà il nome. Il tessuto che viene utilizzato per realizzarle è la maglina, in filato di cotone o più raramente in fibre sintetiche.

 

VISCOSA:

La viscosa è una fibra tessile artificiale che imita la morbidezza delle fibre vegetali, presentando inoltre una lucentezza serica, per cui viene anche chiamata "seta artificiale". Può essere utilizzata per produrre tessuti con usi molto diversi che vanno dai vestiti alle tele che rivestono l'interno degli pneumatici. Cenni storici: La viscosa fu inventata nel 1883 dal chimico francese conte Hilaire Bernigaud de Chardonnet, che la presentò all'Esposizione Internazionale di Parigi nel 1891. Il metodo industriale per la produzione di viscosa fu brevettato nel 1902 in Gran Bretagna dai chimici Charles Cross, Edward Bevan e Clayton Beadle, i quali cedettero il brevetto a Samuel Courtaulds, che avviò la produzione industriale di viscosa nel 1906. Chiamata dapprima seta artificiale e dal 1924 rayon, la viscosa fu creata per rispondere alla richiesta di tessuti simili alla seta ma più economici. Produzione e lavorazione: La viscosa, nelle varie forme e varietà, rappresenta circa il 14% delle fibre artificiali prodotte dall'industria. Viene prodotta a partire dalla polpa di legno degli alberi (ma anche dal cotone, dalla paglia, ecc.) trattata con una soluzione di soda caustica (NaOH); viene quindi aggiunto solfuro di carbonio (CS2) e si forma xantogenato di cellulosa che viene ulteriormente disciolto con altra soda caustica. Produzione della viscosa a partire da cellulosa, idrossido di sodio e solfuro di carbonio Filatura della viscosa: La soluzione colloidale viene estrusa; i filamenti che escono dalla filiera formano il filo singolo che viene roccato sulla macchina di filatura. In seguito la rocca viene caricata in cantra del lavaggio e poi questo filo lavato ed asciugato su appositi cilindri a vapore è pronto per le lavorazioni tessili del rayon. Facendo passare questa soluzione in una sottile fessura posta in un bagno di acido solforico si può ottenere il cellophane. Microscopia: La viscosa (di cellulosa rigenerata) al microscopio si presenta con caratteristiche molto simili al cotone, cioè a sezione schiacciata (a fagiolo). In seguito a trattamenti con reattivi (soluzione iodo-solforica) la fibra assume un colore violaceo.

 

ZIP O CERNIERA LAMPO:

La cerniera lampo, detta anche zip o lampo è un tipo di chiusura che serve ad unire due lembi di tessuto o di altro materiale non rigido. Per l'utilizzo Vi sono diversi metodi di applicazione delle cerniere: cucitura sormontata; spesso utilizzata nelle chiusure laterali di gonne e nei pantaloni, la cerniera è nascosta su un lato da un lembo di tessuto. cucitura nascosta: entrambi i lati della cerniera sono nascosti, la cerniera non si vede perché coperta dai due lembi di stoffa che la ricoprono, dal dritto si nota solo una fessura. Per questo utilizzo esiste una cerniera particolare detta invisibile. cucitura "a vista": nel caso di cerniere grosse e colorate, queste vengono cucite centralmente in modo da essere bene in vista. È il caso di tute e giacche.

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